#musica, Rock

Héroes del Silencio, storia inedita della più grande rockband spagnola

Il documentario di Netflix e il libro di Antonio Cardiel – la nostra intervista

Quattro vinili nei primi quattro posti della classifica attuale di vendite in Spagna, due libri appena usciti e un documentario in arrivo. Non male, per un gruppo che, in realtà, non esiste più da 25 anni. È un periodo di eventi e anniversari importanti per gli Héroes del Silencio, rock band originaria di Saragozza (regione di Aragona), in Spagna, che tra la fine degli anni ’80 e la metà dei ’90 polverizzò ogni record in patria, registrando un successo senza pari anche nel resto d’Europa – Italia compresa – pur cantando sempre, fedelmente, solo in spagnolo. Fino allo scioglimento, improvviso e traumatico (soprattutto per i fan) nel ’96 di quella che è stata definita “la più grande rock band spagnola di sempre”.

Dopo la riedizione dei loro album da parte di Warner Music Spain e la pubblicazione lo scorso settembre dell’autobiografia “En Mi Refugio Interior” (ed. Efe Eme) del batterista Pedro Andreu, arriva ora il 23 aprile 2021 per Netflix, in tutto il mondo, il documentario “Héroes, Silencio y Rock&Roll” (disponibile in Italia col titolo in inglese “Héroes, Silence and Rock&Roll”) diretto da Alexis Morante, prodotto da Bemybaby Films e cofinanziato dalla Diputación Provincial de Zaragoza e dal Gobierno de Aragón. Il regista è riuscito nel miracolo di coinvolgere tutti gli ex membri del gruppo con interviste esclusive: Enrique Bunbury (voce), Joaquin Cardiel (basso), Pedro Andreu (batteria), Juan Valdivia (chitarra) e Alan Boguslavsky (secondo chitarrista aggiuntosi al gruppo nel ’93).

La biografia appena uscita

Una vera chicca, perché il documentario è ricco di video inediti rimasti per 10 anni in archivio, molti dei quali realizzati da Valdivia stesso, appassionato di cineprese, dietro le quinte durante i tour e le registrazioni del gruppo. Il 30 aprile uscirà anche la colonna sonora del documentario. Una gioia per i fan, paragonabile solo all’unica reunion degli Héroes del Silencio avvenuta nel 2007: dieci concerti tra Spagna, U.S.A. e Sud America, tutti sold out con centinaia di migliaia di spettatori. E un miracolo, dicevamo, poiché i rapporti interpersonali non sono rimasti dei migliori dopo il repentino dissolvimento nel ’96, alla fine dell’ultimo tour mondiale Avalancha. Il cantante Bunbury, in particolare (con cui Morante ha collaborato ad alcuni video e lungometraggi live) non ama guardare al passato e si è rifiutato più volte di partecipare a simili progetti, compresa la biografia esaustiva pubblicata il 15 aprile scorso “Héroes de Leyenda” (ed. Plaza&JanésPenguin) a firma di Antonio Cardiel, scrittore e fratello del bassista del gruppo, amico personale di tutti i componenti e che all’epoca li ha seguiti in lungo e in largo durante i loro concerti.

Forse perché, di tutti, Bunbury è l’unico che è riuscito a costruirsi una carriera solista più che solida: dal primo album Radical Sonora, pubblicato solo un anno dopo la rottura, fino ai più recenti Posible e Curso de Levitación Intensivo, entrambi usciti nel 2020 in seguito a un impeto creativo da pandemia forzata in quel di Los Angeles. Tra svariati Latin Grammy e il SESAC Latina 2019 per i 30 anni di carriera, Bunbury in solitario ha esplorato generi musicali completamenti diversi, dall’elettronica alle rancheras, e proprio questo fu uno dei punti di attrito con gli altri Héroes: la sua voglia di sperimentare e non restare intrappolato nei cliché rock.

Il fenomeno Héroes in Europa: intervista con Antonio Cardiel

Difficile spiegare agli odierni euroscettici quale fosse il clima di allora. Il muro di Berlino era crollato da poco (1989) e c’era fermento: una gran quantità di gruppi rock e alt rock europei riuscirono a valicare i confini nazionali, chi cantando in inglese e chi nella propria lingua. Dai dEUS in Belgio, agli Sugarcubes in Islanda capitanati da una giovanissima Björk, passando per Die Toten Hosen e Rammstein in Germania, o gruppi come Les Négresses Vertes, i Mano Negra di Manu Chao in Francia e i nostri Litfiba. In questo contesto si inserirono gli Héroes del Silencio fecero furore in tutta Europa: era il 1991 quando sulla nostrana (e compianta) Videomusic e su MTV Europe cominciò a passare in rotazione il video di Entre Dos Tierras. Una lampadina rotta, un riff di chitarra inconfondibile e un ritornello accattivante: in breve il singolo portò a vendere, solo in Italia, 100mila copie di Senderos de Traición (1990), il secondo album prodotto dall’ex Roxy Music Phil Manzanera. 450 mila copie in Spagna e 200mila in… Germania! Già, perché la fanbase più grossa fuori dai confini iberici era proprio tedesca: complice la partecipazione, il 26 ottobre del ’91 al festival internazionale “Ich bin ein Aüslander” (“Io sono uno straniero”) a Berlino.

Anche in Italia registrarono diversi sold out fin dai primi concerti nel ’92. Nella dimensione live, infatti, risiedeva la loro vera essenza: le canzoni assumevano una dimensione quasi mistica, grazie anche al carisma di Bunbury che dal palco creava un’alchimia unica col pubblico. Hanno macinato centinaia di concerti passando quasi l’intera carriera on the road: il loro punto di forza finì col far implodere il gruppo, logorato dai continui tour.

Anche di questo si parla nel libro di Antonio Cardiel, “Héroes de Leyenda”, che è qualcosa di più di una semplice biografia: è piuttosto un racconto in prima persona di suo fratello Joaquin, di Valdivia e di Andreu che ripercorrono tutta la loro carriera, dagli esordi all’epilogo. Dai sogni di gioventù, fermandosi a guardare la tanto agognata chitarra in una vetrina di strumenti musicali a Saragozza, ai primi passi nella vivacissima movida musicale cittadina con vari gruppi (Zumo de Vidrio, Proceso Entrópico, Cultura del Hielo) e infiniti aneddoti inediti sul dietro le quinte degli Héroes del Silencio. Il tutto, narrato con passione da chi ha vissuto da vicino, insieme a loro, quell’epoca d’oro. In realtà, la voce di Bunbury non manca affatto: con un lavoro quasi maniacale, Cardiel ha riportato fedelmente nel libro le innumerevoli dichiarazioni rilasciate dal cantante alla stampa in qualità di portavoce del gruppo, riprendendole da centinaia di interviste, articoli e pubblicazioni dell’epoca.

Antonio Cardiel

Il titolo omaggia la prima uscita discografica degli HDS, l’EP Héroe de Leyenda – pubblicato nell’87 quando i quattro membri originari erano poco più che ventenni – e l’omonima canzone, tra le più oscure del gruppo. Una delle caratteristiche che ha contribuito al successo degli Héroes del Silencio, infatti, sono stati i testi: poetici, spesso criptici e molto intimi, che sono riusciti stranamente a fare breccia anche tra chi non parlava la loro lingua.

Proprio sul successo degli Héroes del Silencio in Italia e in Europa abbiamo rivolto alcune domande ad Antonio Cardiel.

Cosa ha consentito agli Héroes del Silencio di superare le barriere linguistiche ed essere apprezzati in tutta Europa? Quale fu, secondo te, il segreto del loro successo all’estero?

In Italia, come in altri Paesi europei o americani, si presentarono intorno al 1992 suonando dal vivo. E i loro concerti erano un vero uragano di rock&roll. Ed è una lingua universale, salire su un palco e suonare con passione. Quindi la lingua viene dopo. È ciò che succede, sia in Italia che in Spagna, con il modo di recepire il rock anglosassone: a volte non capiamo i testi, ma questo non impedisce che si stabilisca una connessione istantanea tra il pubblico e gli artisti. La lingua passò in secondo piano e anche in Spagna, in quegli anni, fu ben accolta la musica di artisti italiani come Battiato o Celentano. D’altro canto, l’affinità tra l’italiano e lo spagnolo è più che evidente, siamo popoli tra cui ci si intende bene.

Puoi raccontarci qualche aneddoto dei loro concerti qui in Italia?

Juan Valdivia mi raccontò di quando suonarono all’Arena di Verona, con artisti come i Roxette, per un festival televisivo (il Festivalbar nel ’92, n.d.a.). Il 14 aprile 1992 invece suonarono a Milano per un concerto in un locale (il Sorpasso, dove due mesi prima suonarono dei Pearl Jam in erba, n.d.a.) e in quella occasione, per la prima volta, suonarono dal vivo la canzone Nuestros Nombres, che allora si chiamava “Al saber le llaman suerte” e fu poi inclusa nell’album El Espíritu del Vino (1993). Qualcuno, dal mixer, registrò il concerto clandestinamente, e poco dopo uscì un disco pirata. Ma era una cosa che non li preoccupava, e non li preoccupa neppure ora. Che si facessero dei bootleg dei loro concerti era una cosa che li riempiva, e li riempie, di orgoglio, dal momento che significava che il pubblico desiderava avere sempre più materiale della band. Ricordano anche che la reazione del pubblico fu indimenticabile, che si sentirono molto a loro agio e che la critica, nei giorni seguenti, li riempì di complimenti. Per esempio, il giornalista Andrea Scarpa, dopo il concerto a Roma del 7 maggio 1992 scrisse: “Dell’album si può dire che suona sanguigno, energico e gratificante, alternando sonorità vicine al pop con vene leggermente hard rock; la voce, calda e potente, convince anche per la sua timbrica particolare. Dal vivo, rispettando il più classico dei copioni rock, riescono a giocarsi bene tutte le loro carte, grazie a Bunbury e alla sua notevole capacità di fare spettacolo”.

Gli Héroes hanno un bel ricordo dell’Italia e dei loro fan qui?

Hanno dei ricordi molto belli: venivano ricevuti con grande rispetto, il pubblico ai concerti era sensazionale, si lasciavano coinvolgere con passione, sapevano tutte le parole delle canzoni. Lo provano le parole di Enrique Bunbury, che scrisse un diario del tour Avalancha nel 1995 (“Fragmentos de un diario europeo”, edito dal fanclub Las Líneas del Kaos, n.d.a.), tour che iniziò precisamente con due concerti in Italia, a Milano e a Roma (il 25 e il 26 settembre rispettivamente, n.d.a.). Il 27 settembre 1995 Bunbury scrisse: “Abbiamo iniziato il tour, e per di più col piede giusto. La buona notizia è che i concerti italiani, un po’ problematici essendo i primi e col disco appena uscito, sono stati un successo di critica e affluenza di pubblico. Si ricordano di noi! La stampa parla molto bene del gruppo. I fan sono come sempre, sono i nostri fan: megafan”. È una dimostrazione della buona relazione che c’è sempre stata tra il pubblico italiano e la band spagnola. Spero che sia viva ancora oggi.

Qual è, oggi, il lascito più importante degli Héroes del Silencio?

La loro musica, le canzoni che hanno composto e interpretato per mezzo mondo, sono il lascito più importante del gruppo. Qualunque altra cosa non ha importanza. Solo la loro opera sopravviverà al passare del tempo. Canzoni come Mar Adentro, Sirena Varada, Maldito Duende, Entre Dos Tierras, La Chispa Adecuada e molte altre si continuano ad ascoltare ancora oggi, 25 anni dopo che il gruppo si è separato, e in molti Paesi del mondo, compresa l’Italia.

Fanclub e collezionismo, il culto è più vivo che mai

Si terrà il prossimo 16 di ottobre El Día H, la giornata mondiale dedicata agli Héroes del Silencio dai fan sparsi in tutto il globo. È solo una delle tante testimonianze di quanto i fan del gruppo, vecchi e giovani, siano tuttora agguerriti e affezionati: innumerevoli, sui social, le pagine a loro dedicate o i gruppi dediti al collezionismo. Nel periodo di attività della band, solo in Italia esistevano 4-5 fanclub (La Sangre Gitana, El Desgarro Interior, Actitud…) e diversi anche all’estero, soprattutto in Germania (El Caos). Tra tutti spiccava lo spagnolo Las Lineas del Kaos, fanclub ufficiale e canale diretto del gruppo coi fan, attraverso il quale venivano organizzati incontri e firmacopie, e ancora attivo. La leyenda prosegue…

PHOTO CREDITS

Cover articolo:

Foto tratta dalla pagina Facebook di Bemybaby Films

Cover En Mi Refugio Interior:

Foto tratta dal sito di Efe.Eme

Cover Héroes de Leyenda:

Foto tratta dal sito di Plaza&Janés – Penguin

Slideshow:

Juan Valdivia live in Milano, 25.09.1995 by Antonella Macchia

Enrique Bunbury live in Germany, 26.08.1995 by fanclub El Caos

Foto gruppo: foto promozionale di Emi per Avalancha

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