#jazz, #musica

Il jazz francese secondo Guido Michelone

Intervista all’autore sulla sua opera France, Jazz masculin fémenin

Guido Michelone

Il jazz è un linguaggio poliedrico che, dalla sua nascita a oggi, ha mutato forma innumerevoli volte e si è sempre saputo adattare non solo alle epoche, ma anche a contesti socio-culturali e geografici completamente diversi da quello d’origine. Se per fare jazz ci vuole un talento davvero speciale, scriverne è quindi ancora più complicato. Ne sa qualcosa Guido Michelone, scrittore, professore, giornalista di Vercelli che al jazz ha dedicato più di 30 libri e lo insegna all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano (“Storia della musica afroamericana” per il master in Comunicazione Musicale) e al conservatorio Vivaldi di Alessandria (“Storia del jazz”).

Nei suoi libri ha affrontato questo genere musicale in quasi ogni sua declinazione, con punti di vista variegati e ricercati. La sua ultima fatica è dedicata al jazz francese, France, Jazz masculin fémenin Vol.1&2: un’opera in due volumi, uno incentrato sul jazz al maschile e l’altro al femminile, per i quali ha intervistato 84 tra musicisti e musiciste, guidandoci attraverso nomi forse a noi poco noti ma di grande impatto artistico. Come mai proprio la Francia? Glielo abbiamo chiesto per voi!

Quali sono gli aspetti in base ai quali affermi che il jazz francese sia il più importante al mondo, dopo quello americano?

I Francesi sono storicamente i primi a prendere il jazz in seria considerazione, a partire dai musicisti (francesi e non) che lavoravano a Parigi e dintorni: vi sono elementi jazz o delle tradizioni sonore afroamericane già in Claude Debussy e poi via via in Maurice Ravel, Arthur Honegger e Darius Milhaud, per non parlare di Igor Stravinskij, russo ma ormai esule a Parigi e poi negli U.S.A. Quando poi il pubblico di massa può conoscere le vere orchestre jazz, arrivate assieme ai militari sul finire della Grande Guerra, l’accoglienza è trionfale e cameratesca, al punto che i soldati jazzisti neri si stupiscono di essere trattati come tutti, perché in Francia all’epoca non c’era il razzismo degli Stati Uniti dove ai colored erano vietati bar, ristoranti, alberghi, di esclusivo appannaggio dei bianchi. In Francia, dagli anni Venti del XX secolo fino all’incirca al 1950, si sviluppano attorno al jazz studi, ricerche, manifestazioni senza pari col resto del mondo: critici, riviste, pubblicazioni, circoli, conferenze, case discografiche, festival, quando ancora a New York come a Los Angeles per guadagnarsi da vivere col jazz bisognava suonare mentre la gente mangiava, beveva, chiacchierava o ballava.

Il secondo volume, dedicato alle donne, è uscito da poco. Delle musiciste francesi che hai intervistato per questo progetto, chi ti ha colpito di più?

Tutte, a svariati livelli. Certo, qualcuna (come i maschi del resto) non si è sprecata nel raccontare, altre invece hanno discusso a lungo. Come per esempio Joëlle Léandre, esponente originalissima di un’avanguardia estrema, oppure Camille Bertault che in Francia è quasi una pop star, giovane e bella: pensavo che fosse irraggiungibile e se la tirasse, invece è stata gentilissima e disponibilissima. Poi amo molto l’ironia e autoironia di Cyrille Aimée che, purtroppo per noi europei, vive in U.S.A. già da qualche anno ma non rinuncia comunque a un suo stile molto francese. A due bravissime artiste, come Élise Caron ed Elisabeth Caumont, poi, ha fatto piacere ricordare i “vecchi tempi”, perché oggi hanno preso strade differenti: le pensavo difficili da coinvolgere, ma invece hanno parlato più che volentieri.

C’è anche un elemento comune a tutte le musiciste, un fil rouge che denota un tocco propriamente francese?

Le donne, come dappertutto, sono arrivate relativamente tardi al jazz anche in Francia, fatte salve le cantanti. Oltre l’approccio, con quel tocco o ésprit de finesse difficile da tradurre in parole, c’è anzitutto l’uso costante della lingua francese anche nel canto jazz: il sestetto Les Double Six, guidato dalla compianta Mimi Perrin negli anni ’60, era tra i massimi esponenti dello stile vocalese appunto in francese, mentre non risulta che tale “metodo” (consistente nel cantare nuovi testi adattati a celebri assoli be-bop) sia arrivata in altre lingue che magari, come per l’italiano, cantano il jazz nella tradizionale forma-canzone.

Immagino ci siano delle “correnti” anche all’interno del jazz francese… Quali è possibile individuare, e chi sono i “capostipiti” più rappresentativi di ognuna?

Il discorso è lungo e complicato: senza distinzioni tra maschi e femmine, i francesi attorno al 1934-35 inventano quello che poi a posteriori verrà chiamato swing gitan o jazz manouche, grazie all’azione congiunta di critici e musicisti attorno all’Hot Club De France: e non a caso l’emanazione diretta di tale sintonia viene chiamata Le Quintette Du Hot Club De France che comprende due solisti formidabili come Django Reinhardt e Stéphane Grappelli, il primo zingaro sinti (nato in Belgio) il secondo di chiare origini italiane: come in America, dove il jazz nasce grazie alle minoranze etniche (neri e creoli), così anche in seguito il contributo dei nostri immigrati Oltralpe è notevole, da Henry Criolla al batterista Aldo Romano. Senza contare poi l’arrivo, fra le due guerre mondiali, di molti solisti dalle Antille e – dagli anni ’60 – di musicisti africani dalle ex colonie, che daranno vita a tantissime varianti del cosiddetto afro-beat subsahariano. Anche oggi, il maggior chitarrista di jazz francese Nguyên Lê vanta origini vietnamite, mentre una delle più interessanti vocalist di sintesi tra jazz e world music è la sudcoreana Youn Sun Nah che vive e lavora stabilmente a Parigi. Nel crogiuolo multietnico francese il jazz ha oggi parecchie identità, distinguibili grosso modo fra chi segue il modern mainstream e chi invece tenta percorsi autoctoni, collegando l’improvvisazione di matrice afroamericana alle culture sonore europee: dalla musica classica, al valse musette e in genere al folclore locale. Oppure azzerando tutto, e guardando all’avanguardia come fa da oltre mezzo secolo Michel Portal, tra free jazz e post-dodecafonia.

Se si pensa al jazz francese, i primi nomi – i più popolari – che vengono in mente sono il citato Django Reinhardt e Michel Petrucciani, di epoche e generi completamente diversi. Quali nomi da noi meno conosciuti ti sentiresti di consigliare, per un ascolto più approfondito?

Certo, Michel Petrucciani, altro personaggio di origini italiane! Per farsi un’idea del jazz francese bisognerebbe conoscere i grandi innovatori dal 1950 a oggi: André Hodeir (anche teorico); Martial Solal, eccezionale pianista e instancabile improvvisatore; Barney Wilen, eclettico fra cool e sperimentazione; Bernard Lubat, geniaccio neoavanguardista. E poi Boris Vian, non tanto per come suonava il dixieland alla tromba ma per quello che in soli 10-12 anni fa per il jazz, instancabilmente: articoli, libri, conferenze, produzione di dischi. E anche Michel Legrand, del quale alcuni temi di colonne sonore sono diventati grandi standard. C’è poi la tradizione violinistica con Jean-Luc Ponty, Didier Lockwood, Dominique Pifarély in primis, e quella chitarristica come Biréli Lagrène, erede dello swing gitan.

Sei un esperto di jazz europeo in generale, hai anche pubblicato il libro El Jazz Habla Español sul jazz ispanico e latin. C’è davvero una differenza sostanziale di suono, di… cuore, tra jazz nordico e mediterraneo?

Il cosiddetto nordic jazz, soprattutto scandinavo, e quello mediterraneo – spagnolo, centro-sud italico, sud francese, greco, ex yugoslavo, balcanico – sono fra loro differenti nel calore e nel colore, anche perché pescano molto dalle tradizioni locali: il vivace folclore mediterraneo arriva dagli Arabi e prima ancora dai Romani, quello nordico compassato incrocia gli austeri corali luterani, e le divergenze aumentano…

Nel panorama europeo, e poi in quello mondiale, come si posiziona il jazz italiano? Secondo te, gode di buona salute in questo momento o la scena langue?

Un autentico interesse verso il jazz in Italia, a livello di masse giovanili, nasce con le prime edizioni di Umbria Jazz (fondato nel 1973, n.d.r.), dove gli spettacoli inizialmente sono gratis e ben presto arrivano i problemi: a farne le spese sono soprattutto i jazzisti bianchi americani che, solo perché di pelle chiara, sono ritenuti fascisti in una sorta di razzismo al contrario. La situazione si stabilizza nel giro di un decennio ed emergono giovani solisti che, oggi, si stanno avvicinando alla soglia dei 50 anni come Stefano Bollani, Fabrizio Bosso, mentre Paolo Fresu ha già festeggiato i 60 e Franco D’Andrea ed Enrico Rava rispettivamente 80 e 82. Sono loro, assieme a Enrico Pieranunzi, Danilo Rea, Gianluigi Trovesi e gli 80-90enni Enrico Intra (a destra nella foto, alla conferenza stampa di JAZZMI 2020 lo scorso settembre), Franco Cerri, Gianni Coscia i più noti in tutto il mondo. Anche le donne come Tiziana Ghiglioni, Maria Pia De Vito, Ada Montellanico, Cristina Zavalloni in qualità di cantanti sono famose ovunque, chiaramente nella cerchia di specialisti ed estimatori.

Insegni molto storia del jazz, è uscita da poco anche la ristampa del tuo Jazz Forever. Che approccio utilizzi, con gli allievi e nei tuoi libri, per avvicinare la gente a questo genere che molti – erroneamente – ritengono ostico? È difficile parlare di jazz?

Non è difficile parlarne, ma ci vuole, come dici tu, un approccio, ovvero un approccio consapevole che il critico e il docente devono condividere alla pari con lo studente o il neofita. Io tendo a essere divulgatore e divulgativo, non dando nulla per scontato. E in base ai gusti e alle conoscenze di chi mi sta di fronte, tento di allargare i confini parlando anche di musiche affini al jazz, perché il jazz – occorre sempre ricordarlo – è musica di accettazioni e non di respingimenti, di inclusioni e non di rifiuti. Purtroppo se vai a leggere i siti di discussione sul jazz, su Facebook per esempio, trovi degli ascoltatori integrali assoluti che hanno del jazz una conoscenza magari esaustiva ma solo su un determinato stile, fino a escludere tutti gli altri.

Al jazz hai dedicato più di 30 libri, persino dei romanzi, stai lavorando a un’enciclopedia per Arcana Edizioni… Come è nata in te una passione così grande? Qual è stato il tuo “primo amore”, il disco che ti ha folgorato?
L’autore con il suo libro “Il Michelone – Nuovo Dizionario del Jazz”

A casa mia, da piccolo, c’era un po’ il mito dell’America perché mio padre, dopo tre anni di prigionia in Germania, venne liberato proprio dall’esercito statunitense, al seguito del quale suonavano le big band: egli ebbe modo di vedere e sentire il primo jazz dal vivo, mentre su disco l’ascoltava già prima della guerra, nel salotto di un suo professore antifascista. E io da piccolo amavo i racconti che faceva mio padre di tutto questo. Non c’è in me una folgorazione assoluta o un episodio unico ma un lento, progressivo avvicinamento che parte sin da bambino con i primi 45 giri acquistati dai miei genitori: il primissimo era September In The Rain di Frank Sinatra. Certo, ha contribuito molto un doppio LP, sempre di mio padre, intitolato I Grandi del Jazz a cura di Franco Fayenz (importante saggista, giornalista, musicologo ormai 90enne, n.d.r.), divenuto mio amico anni dopo, con la storia del jazz dalle origini al moderno: da Jelly Roll Morton a Charlie Parker e Dizzy Gillespie, passando da Louis Armstrong e Duke Ellington, con libro annesso e un 45 giri di spiegazioni del musicologo classico Federico Confalonieri. Poi, come tutti i ragazzi, avevo altri amori musicali: la cantante francese Françoise Hardy, The Beatles e Fabrizio De André sui quali ho scritto diversi libri.

Il linguaggio del jazz è mutato, si è evoluto innumerevoli volte dalla sua nascita. Oggi, pensi che sia ancora in grado di comunicare con le nuove generazioni? L’evoluzione continua, o si è perso in intellettualismi troppo di nicchia?

Oggi il jazz si incrocia, si fonde, si interconnette con le musiche più svariate, persino il rap e la techno, ragion per cui esiste un tipo di jazz per ogni categoria umana in base all’età, alla cultura, alla religione, alla fede politica, agli sport praticati. Il problema semmai è come far arrivare il jazz e soprattutto l’idea del jazz – ossia una musica dove l’improvvisazione, i timbri della voce e degli strumenti, il lavoro di gruppo risultano fondamentali, molto più del sex appeal o dell’ostentato esibizionismo dei partecipanti ai talent show. È un messaggio che va anche ben oltre la musica, per diventare una lingua universale di pace, progresso, fratellanza, cosmopolitismo. Non a caso dal 2014 in tutto il mondo si celebra l’International Jazz Day col patrocinio UNESCO, quale patrimonio dell’umanità da difendere e preservare anche in senso evolutivo.

GUIDO MICHELONE – BIOGRAFIA E BIBLIOGRAFIA:

Guido Michelone insegna “Storia della musica afroamericana” al Master in Comunicazione Musicale presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, “Storia del jazz” presso il conservatorio Vivaldi di Alessandria e “Geostoria” al liceo musicale Lagrangia di Vercelli. Per quanto concerne il jazz, dagli anni ’90 in poi ha collaborato a diversi progetti, tra cui Tutti for Louis, Miles Gloriosus, Boogie Movie dei registi Daniele Ciprì e Franco Maresco e alla sceneggiatura del lungometraggio in fieri Jazz Story del cartoonist Riccardo Maneglia, ai due documentari Il canto jazz per il Museo del Jazz di Genova. È attivo nella jazz-poetry assieme a diversi jazzmen italiani, per i quali compone le sei commedie riunite nel volume Teatro Jazz.

Ha all’attivo numerose collaborazioni con festival, rassegne e stampa specializzata: col Museo del Jazz di Genova, col quotidiano Il Manifesto e il suo settimanale Alias, e con le riviste Magazzino Jazz, Niederngasse, Buscadero, Jazz Convention. Ha scritto più di trenta libri dedicati al jazz, tra i quali spiccano Jazz Forever, Jazz Set, Il Michelone: Nuovo dizionario del jazz, Jazz Photo, Musica e politica 1958-1978, le antologie Jam Session e Swing in versi (con la poetessa Francesca Tini Brunozzi). Ha partecipato a svariati progetti editoriali, come il volume bibliografico di cui è curatore Mi ricordo il jazz (prefazione di Georges Perec), la collana Introduzione alla storia della musica afroamericana di cui è direttore artistico, e l’enciclopedia di cultura jazzistica in corso di realizzazione per Arcana Edizioni di cui sono già stati pubblicati i volumi Il jazz-film, Il Jazz e le arti, Il jazz e le idee, Il jazz e le cose (in programma prossimamente Il jazz e gli animi, Il jazz e i mondi, Il jazz e le parole). Si è dedicato anche alla narrativa con sei romanzi, tra cui A Charlie Chàn piace il jazz? e Clara Schumann nel XXI secolo, mentre è in fase di gestazione il settimo.

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