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“Decamerock”: dalla penna di Massimo Cotto al palco del teatro Carcano

In prima regionale sabato 7 maggio al Carcano di Milano arriva “Decamerock”, nuovo progetto di Massimo Cotto, giornalista e voce di Virgin Radio. Dieci storie di rock e dannazione, parabole che sanno di magia, demoni e follia. Storie spesso così assurde da non sembrare vere, ma semplici invenzioni letterarie. E raccontate come si usava in quei locali poco illuminati e avvolti da un’aria strana…L’intervista a Massimo Cotto

Mauro Ermanno Giovanardi, Massimo Cotto e Chiara Buratti in “Decamerock”
©Alain Battiloro

Decamerock è prima di tutto il titolo del tuo penultimo libro, ispirato a vicende (non solo) rock e Boccaccio. Peraltro, pur involontariamente, pubblicato durante una peste contemporanea. Come è nato questo volume?
«Da sempre sono affascinato dall’idea di raccontare storie. E ho sempre pensato che ogni storia sia potente in quanto tale, indipendentemente dalla fama del protagonista. Possono esserci storie bellissime che abbiano per protagonisti artisti famosi, ma anche persone sconosciute. Dopo aver raccontato in tanti libri aneddoti e follie delle rockstar, acquisito il concetto di rock come attitude, ho realizzato che non necessariamente per essere “rock” si debba essere anche un musicista rock. Se il rock è un’attitudine, un modo di vedere il mondo, allora è vero che tutta una serie di elementi come il senso del mistero, il senso del dramma incombente, la tragedia, la follia, l’intervento del fato, che a volte sembra quasi quello del demonio, possa sconfinare anche in altri campi e riguardare altri personaggi.

Così nel mio Decamerock ho provato a raccontare storie di eroi dello sport vinti dal destino, scrittori e personaggi letterari come il Grande Gatsby, le muse del jazz e del cinema. Oppure anche musicisti che, come Niccolò Paganini, non avevano niente a che vedere con il rock. Una raccolta che mi ha entusiasmato e divertito molto: credo che esista veramente una sorta di imbuto dove vadano a confluire tutti coloro che, pur appartenendo a mondi diversi, abbiano comunque qualcosa in comune. E da lì è partito tutto».

Credo esisterà, da qualche parte, un luogo nel quale si ritrovino Blade Runner, Niccolò Paganini, Ernest Hemingway, il Grande Gatsby, Moby Dick e le rockstar

Spesso nella tua scrittura fondi rock e letteratura. Le storie o i personaggi del rock hanno già per essenza qualcosa di letterario? Il fascino del racconto rock sta nel fatto che tramandi episodi di un mondo finito o “morto” – “rock is dead” dicono alcuni – o più letterariamente di un “piccolo mondo antico”?
«In parte credo di sì. Certamente il rock oggi non è più così presente nella vita delle persone come lo era un tempo. Sia per gli artisti che suonano oggi questo genere, che per i giovani. In quegli anni, nel secolo scorso, quando un artista voleva “essere contro”, incarnare la ribellione o manifestare romanticamente il suo dissenso nei confronti di ciò che vedeva e non tollerava, adottava di tendenza quel linguaggio. Oggi non è più così scontato e tanto meno obbligatorio: c’è la trap, l’hip hop, R&B, nuovi e diversi modi per esprimere il proprio malcontento. A prescindere dai gusti. Diventa perciò inevitabile che, se parli di rock, quelle storie si carichino non dico di leggenda ma di profumi antichi. Un po’ come quando Paolo Conte diceva: “Se dici Aprilia senti l’odore della benzina…” E se tocchi questo genere è inevitabile tornare agli anni ’60 e ’70».

Mauro Ermanno Giovanardi, Massimo Cotto e Chiara Buratti
©Vincenzo Nicolello

Per rock, in questa narrazione, s’intende quel senso epico e tragico della quotidianità che non ha a che vedere solo con uno stile musicale. Su quel palco sfila una commedia umana mai così variopinta, eppure mai così dannata. Mai così bella da raccontare

Decamerock, dicevamo, è diventato uno spettacolo. Come hai scelto, tra le tante queste dieci storie?
«Nello spettacolo Decamerock, come nel libro, ho prediletto il racconto di storie di artisti non propriamente famosissimi. E proprio quelli, più di altri, ho scelto di portare in scena. Ad esempio, riguardo i Rolling Stones, non parlo di Mick Jagger o Keith Richards, ma di Brian Jones. Racconto di Piero Ciampi, uno dei più maledetti tra i cantautori italiani. Racconto di un calciatore come Ezio Vendrame, che aveva un enorme talento, quasi come George Best o Gigi Meroni, però era più pazzo di loro e dunque se ne perse un pochino la fama. O, tornando al rock, racconto di Nick Drake, non proprio baciato dal successo commerciale, ma che in un modo o nell’altro ha lasciato un segno».

Nick Drake, Pink Moon

Quali sono in particolare le storie che ami di più raccontare in scena?
«Sicuramente quella di Niccolò Paganini, per me la prima grande rockstar. É con lui che nasce il concetto di groupie. Le ragazze lo inseguivano ovunque, facevano a gara per andare a letto con lui. E credo che sia in qualche modo stato anche il primo ‘maldetto’ in assoluto. Uno che diceva di aver venduto l’anima al diavolo, prima ancora di Robert Johnson. Una storia talmente assurda la sua, peraltro pure circondata di mistero – di certo certo non c’è nulla, anzi vicende quasi inventate al punto da farlo assomigliare a tratti a un personaggio letterario. E poi mi piacciono i libri possenti, ma che nascondo chiavi inusuali come Moby Dick, storia di una ossessione. Quella del capitano Achab di catturare la Balena Bianca, ma anche quella a cui è costretto Ismaele. Io sono molto affascinato dalle ossessioni.

Il violinista Niccolò Paganini

Può sembrare brutto dichiararlo, ma mi attrae molto ciò che in qualche modo è torbido. Ciò che si avvicina al nero e poi in qualche momento, non necessariamente alla fine della storia però lungo il percorso, conosce un cambio di colore. Una redenzione o un’illuminazione: e allora diventa bianco o quasi trasparente

E poi mi intriga, in un momento dello spettacolo, l’accostamento tra la storia di Nick Drake e quella di Ian Curtis. Due artisti devastati dal male di vivere e da una profonda malinconia, ma che hanno segnato anche la storia del rock. Un verso su tutti: Love will tear us apart again (“l’amore ci farà a pezzi, ancora”). Capisci subito che non si tratta di un inno, anzi è quanto di più antieroico ci possa essere. Perché se nemmeno l’amore è sufficiente a salvarti, allora a cosa serve lottare? A cosa serve vivere? Un verso di chi infatti si tolse la vita a soli 23 anni».

Apparentemente questo è solo uno spettacolo di storie e canzoni. Di favole, a volte spaventose, altre volte struggenti. Invece no. C’è qualcosa in più. C’è un fantasma. Uno spettro che si aggira per il palco. Lo spettro di Nico

Rispetto agli spettacoli precedenti tutte queste storie non avrebbero senso senza l’introduzione di una figura chiave in scena, quella del fantasma di Nico, interpretata dall’attrice Chiara Buratti. Femme fatale, cantante e voce dei Velvet Underground in uno degli album fondamentali del secolo scorso, attrice tra le più amate e desiderate al mondo, che aveva fatto innamorare chiunque, da Jimi Hendrix a Leonard Cohen, nonché musa di Coco Chanel e Andy Warhol.
«Non volevo che il mio spettacolo fosse come Rock Bazar o sulla falsa riga dei precedenti. Sono andati bene, non mi lamento, però si prova sempre a tentare qualcosa di diverso. E allora ho immaginato che Nico tornasse in scena come fantasma, nel tentativo di dare senso ad una vita molto strana. Una vita molto infelice. Suo padre è morto in guerra quando lei aveva solo cinque anni e ha trascorso un’infanzia sotto le bombe. E poi una serie di devastazioni, una dopo l’altra.
Del suo personaggio mi incuriosivano almeno tre aspetti.

Nico, pseudonimo di Christa Päffgen cantante, attrice e modella tedesca (1938 – 1988)

Il primo: che dietro il suo successo ci fosse un profondo e inquieto malessere. Tanto che lei, ogni volta che raggiungesse un obbiettivo, subito decidesse di cambiare strada. Era diventata la modella più famosa del mondo? E allora voleva cantare. Aveva successo e notorietà con la musica? E allora voleva fare l’attrice. Quando in genere un professionista cerca di consolidare i risultati ottenuti, prioritariamente in una direzione. Secondo aspetto: la morte. Nico è morta esattamente come è vissuta, cioè senza essere capita.

Nico cadde in bicicletta a Ibiza e il medico pensò che si trattasse di insolazione. Invece era un’emorragia cerebrale. Non è mai stata capita in vita e nemmeno nel momento in cui ha smesso di vivere

Terzo aspetto, forse quello che mi affascina più di tutti: i dati sulla sua vita sono controversi. E proprio per sua volontà. Nelle sue interviste rilasciava ogni volta versioni differenti, quando non contraddittorie. Di essere nata in una città anziché in un’altra, o in un anno anziché in un altro. Prima che fosse stato Salvator Dalì a darle il suo nome d’arte, poi Coco Chanel. O di aver frequentato corsi di recitazione con Marylin Monroe, ma non coincidevano gli anni. Mi piaceva l’idea di riportarla in scena in una versione diversa da quella che aveva avuto in vita: non la “regina dei ghiacci”, altera e presuntuosa, ma una donna venuta quasi a reclamare un po’ di restituzione di attenzione. Quasi a dirci: “Posso raccontarvi la mia vita vera? Chi sono stata veramente e quello che ho fatto?” Questo prova a interpretare Chiara Buratti per tutto lo spettacolo, nel disinteresse generale di ognuno di noi. Un fantasma letteralmente inascoltato fino a quella che poi sarà la catarsi finale. È lei l’elemento che in qualche modo lega le storie in questo spettacolo».

Chiara Buratti in scena
©Vincenzo Nicolello

Chiara Buratti è il filo rosso che avvolge di bellezza e dannazione ogni passo della trama che si sgrana come un rosario: ineluttabile

Giustamente hai accennato ad un “noi in scena”. Con te sul palco, oltre allo spettro di Nico, Mauro Ermanno Giovanardi, che come una radio disegna suggestioni e Francesco Santalucia che nell’ombra suona e accompagna ogni storia.
«Ritorno sul palco dopo tanti anni con gioia insieme a Mauro Ermanno Giovanardi, che per me è un fratello. Avevamo già fatto insieme Chelsea Hotel. E poi Francesco Santalucia. Quando lo presento dico sempre che se Ezra Pound era “il miglior fabbro”, come lo definiva T. S. Eliot, lui è “il miglior sarto”: riesce a cucire storie, personaggi e atmosfere. Lo conosco da soli due anni, ma è stata una rivelazione assoluta, credo sia un genio. Nonostante abbia una forte presenza scenica, resta totalmente al servizio dello spettacolo, proponendosi in maniera meravigliosa. Chi ha una personalità emergente solitamente può anche far bene allo spettacolo, creando più interazione. Lui è straordinario perché tutti si accorgono che c’è anche quando non fa nulla per giustificare la sua presenza. Lo so, sembra una dichiarazione quasi da innamorato, ma è così (sorride)».

Francesco Santalucia in scena
©Vincenzo Nicolello

Tu hai diversi pubblici, da quello del giornalismo e dell’editoria, alla radio e in questo caso il teatro. Quali senti essere le reazioni del pubblico rispetto a questo tipo di contenuti in scena?
«Per questo spettacolo posso citare per ora due tipi di reazioni, riscontrate in due date precedenti. Al Teatro Alfieri di Asti, tutto esaurito – sono di casa – grandissimo entusiasmo dopo ogni mio intervento e applausi dopo ogni canzone. Quasi un concerto! A Venezia invece silenzio assoluto. E quando c’è silenzio, da un lato sospetti ammirazione, dall’altro una parte di te si chiede: sono rapiti dallo spettacolo o non gli piace?! Alla fine, dopo ovazioni in piedi, tiri un sospiro di sollievo lungo un mese (ride), ma fino all’ultimo non è così chiaro. Il punto è che, rispetto ai miei spettacoli precedenti, in questo caso non abbiamo reazioni immediate, perché mancano momenti di leggera comicità – potendo quindi trovare conforto da una risata del pubblico. In questo caso i personaggi sono quasi tutti morti…e male (ride)! Comunque, dirò forse una banalità, ma il pubblico non è mai uguale, ogni volta hai un’emozione differente. Ho grandi aspettative per il Carcano».

Massimo Cotto in scena
©Alex Battiloro

Come ti senti a calcare il palco di un teatro come il Carcano?
«Il Carcano per me è storia. Quando sono salito a presentare lo spettacolo in conferenza stampa ho pensato: non so se posso fare qualcosa di più bello di quello che sto facendo. Essere sulla scena di un luogo nel quale ho visto una infinità di spettacoli e che ha scritto pagine importanti del teatro milanese. Io, che non sono un attore e non lo sarò mai, semmai un “narrattore”, che faccio radio tutte le mattine, ma vivrei sul palco. Il palco mi regala un piacere fisico difficilmente spiegabile. Prima dello spettacolo mi piace proprio sentire gli odori della sala, anche quello del camerino. E poi adoro vedere la gente arrivare in platea e salutarla. Stavolta però temo che non potrò, il produttore mi ha invitato a non farlo…al Carcano! Dovrò assumere un atteggiamento più istituzionale, almeno in scena. Non importa però: quello che conta è che anche io, in questa occasione, riesca a far parte per un attimo di questa storia».

DECAMEROCK
Prima regionale Sabato 7 maggio 2022 ore 20.30
Teatro Carcano
Un progetto di Massimo Cotto
Con Massimo Cotto e Mauro Ermanno Giovanardi
e con Chiara Buratti e Francesco Santalucia
Assistente alla regia Federica Finotti
Regia Roberto Tarasco
Produzione Nidodiragno/CMC – G-RO di Romeo Grosso

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