#musica, hard rock, Rock

Cercando la “Casa del rock”: il sogno di Mariano Freschi

“Un luogo dove giocare con il flipper di Elton John, indossare il cappello di Tom Petty o un anello di Jimi Hendrix, suonare il basso di Sting, la chitarra di Steve Vai o infilare il jack nell’amplificatore di Jimmy Page? Potrebbe presto esistere, a disposizione di appassionati e studiosi: una “Casa del Rock” che possa ospitare oltre 45mila pezzi collezionati in 40 anni di passione sconfinata da Mariano Freschi

Mariano Freschi insieme ad alcuni pezzi della sua collezione

Ieri sera, mercoledì 11 maggio allo Spirit de Milan, ha avuto luogo una straordinaria serata durante la quale è stato possibile godere il suono originale di alcuni degli oltre 400 strumenti, dagli archivi del collezionista piacentino da Mariano Freschi. Amplificatori vari – tra cui quello di Keith Richards, Deep Purple, Motörhead – una tastiera dei Simple Minds, la batteria Ludwig di Carmine Appice e altri strumenti tornati “in vita” grazie a un supergruppo di musicisti che ha fatto la storia della musica rock italiana – Eugenio Finardi, Patrizio Fariselli, Paolo Bonfanti, Pino Scotto, Ronnie Jones, Petruccio Montalbetti e altri. E una scaletta fatta di classici del blues (Gary Moore, John Lee Hooker, Sam Cooke), ma anche del rock (Spencer Davis Group, Who) con un grande finale: Hoochie Coochie Man.
Nella serata alcuni degli aneddoti sulla storia di questi preziosi oggetti, in un appassionato dialogo con il giornalista Ezio Guaitamacchi. E naturalmente il progetto de “La Casa del Rock”, qui approfonditamente esposto anche a ProJam Music.

Mariano, come nasce questa passione e di conseguenza questa collezione?
«La mia passione per il rock nasce da adolescente, a cavallo tra il ’68 e ’69. Io sono del 1955, più o meno l’anno in cui è nato il rock’n’roll – periodo peraltro di cui adoro tutti i suoi esponenti. Il mio idolo rimane Little Richard.

Little Richard in Long tall Sally e Tutti Frutti

Ascoltavo ancora musica italiana quando un amico mi fece sentire per la prima volta In-a-gadda-da-vida degli Iron Butterfly – anche sigla di una trasmissione radiofonica che in quegli anni proponeva musica rock, Supersonic. Aveva questo lungo assolo di batteria e dopo una trentina di ascolti cominciai a “orecchiarla”.

Iron Butterfly In-a-gadda-da-vida

Da allora ho amato Cream e Creedence Clearwater Revival, poi nel 1971 la svolta hard rock con la scoperta di Fireball dei Deep Purple, divenuto altro mio gruppo di riferimento. Ascoltavo Uriah Heep, Black Sabbath e Mountain nel periodo in cui suonavo il basso in parrocchia nelle cosiddette “messe rock” – ovvero composte da gruppetti che strimpellavano canzoncine per la messa. In quegli anni se volevi suonare in un luogo che non fosse la parrocchia dalle mie parti potevi fare solo il liscio. Nessuno ti pagava per un altro genere. Abbastanza frustrante fare una nota ogni due minuti per chi, come me, aveva come riferimento Jack Bruce, ma mi permetteva di guadagnare due soldi e comprarmi strumenti e amplificatori nuovi, che adoravo. Presi una pausa dalla musica solo durante il servizio militare, fino ai primi anni ’80. Poi, cominciando a girare Italia ed Europa per lavoro – niente che avesse a che fare con la musica – ho avuto nuovamente l’occasione di tornare a contatto con i palchi dei live. E con gli amplificatori Marshall sullo sfondo, di cui rimasi sempre più affascinato. Così è nata la mia passione per il collezionismo».

Cream, Sunshine of your love

Quindi la collezione ha avuto inizio con amplificatori Marshall?
«Sì, ho cominciato raccogliendo e archiviando modelli vintage in ogni angolo dell’Inghilterra. Negli anni ’80 si potevano comprare a poco, considerando che non andassero di moda – perché dovevi alzarli a palla per sentirli bene, dunque erano sconsigliati per l’utilizzo in piccoli locali. In UK avevo un paio di “ganci” che mi hanno aiutato a reperire amplificatori su tutto il territorio. Tutto nell’era pre-internet, tramite passaparola.

Pian piano si sparse la voce e cominciarono a contattarmi direttamente diversi personaggi. Ad esempio un tizio mi telefonò e disse: “Salve, sono il bassista dei Kinks, ho ancora il mio amplificatore, teste e cassa, le interessa?

Un amplificatore Marshall

Oggi posseggo qualcosa come 140 testate Marshall, tutte rigorosamente pre-1973. Quello è l’anno in cui la Marshall smise di produrre amplificatori a mano, point-to-point, passando alle schede stampate. I Marshall continuarono a suonare benissimo anche dopo, ma risultarono meno “collezionabili”. Come dicevo, però, quello che mi attraeva più è tutta la strumentazione che ha vissuto i grandi palchi rock: dunque presto, parallelamente ai Marshall, ho cominciato a raccogliere tutta l’oggettistica che aveva fatto parte degli allestimenti dei live – ad esempio quella del concerto dei Deep Purple a Genova nel 1973. Ancora oggi, pur avendo a disposizione omaggi per concerti, mi piace più di tutto salire sul palco per seguire l’allestimento e il soundcheck di certe band dell’epoca d’oro, più che ascoltare il live. Questa collezione di “accessoristica” si chiama From the stage: se ne può vedere buona parte nel sito www.madeinrock.it».

Oltre agli amplificatori che pezzi fanno parte della collezione From the stage?
«Fly case, batterie, qualche tastiera, organi Hammond, uno anche dei Deep Purple. Poche chitarre e bassi. Ho sempre preferito oggetti che avessero proprio vissuto il palco nei tour mondiali rispetto al feticcio-strumento personale di un artista. Sono sempre stato meglio organizzato per affrontare il campo della grande strumentazione, avvantaggiato dal fatto di essere competitivo dal punto di vista della logistica, grazie anche a un corriere che, a buon prezzo, mi seguiva assiduamente».

Alvin Lee dal vivo a Woodstock: I’m going home

Il primo e l’ultimo pezzo?
«Uno degli ultimi acquisti è stato l’amplificatore del bassista dei Judas Priest, con tanto di foto dal 1976 all’83. Il primo pezzo forse è stato, molti anni fa, un amplificatore con il pedale morley di Alvin Lee dei Ten Years After, vendutomi da uno dei più importanti collezionisti di chitarre vintage in UK. Quando lo conobbi mi disse anche che, fino a pochi mesi prima, avrebbe potuto farmi avere persino le tre teste e sei casse full – ovvero la strumentazione utilizzata da Lee per tutta la sua carriera. Il punto è che comunque, economicamente, non me lo sarei potuto permettere. Non ho sempre potuto permettermi di tutto, purtroppo».

Emerson, Lake & Palmer dal vivo all’Isola di Wight, 1970

Un rimpianto?
«In UK ci sono tanti tipi di aste specifiche, di settore. Ricordo ad un’asta una batteria Ludwig appartenuta a Carl PalmerEmerson, Lake & Palmer – tutta in acciaio su una pedana rotante, costruita appositamente per un tour. Pesava dieci quintali. Non avrei avuto problemi dal punto di vista logistico, ma il prezzo era proibitivo. Se la aggiudicò una nota collezionista australiana. Poi scoprì, anni dopo, che era finita nella collezione di Ringo Starr».

La tua collezione si limita ad amplificatori e oggettistica da palco?
«No, sono in possesso anche di buona parte delle più importanti e specializzate riviste dell’epoca, soprattutto quelle inglesi, dagli anni ’60 ai primi anni 2000 come New Musical Express e Melody Maker. Quando nel 1972 la rivista settimanale Melody Maker arrivava a dedicare più di 70 pagine al rock. Giusto per capire quanto fosse vasto quel panorama musicale allora. Tutto questo materiale un giorno vorrei che facesse parte della “Casa del Rock”.

Nella mia ideale “Casa del Rock” potresti avere a disposizione, ad esempio, la cronaca del concerto dell’Isola di Wight del 1970, dettagliato dalla stampa di allora, da chi era presente a quell’evento. Ben diverso se raccontato 50 anni dopo da chi, pur documentandosi, non c’era

Mariano Freschi sfoglia una delle riviste della sua collezione

In cosa consiste il progetto de “La Casa del Rock”?
«È un progetto rivolto principalmente alle giovani generazioni. Non nasce solo dalla nostalgia, ma da una semplice considerazione. Quando ho preso in mano il basso è stato perché ascoltavo Jack Bruce. Può sembrare patetico alla mia età, ma il mio scopo vuole essere invogliare le nuove generazioni a imparare a suonare strumenti. Per esperienza credo che si sia più invogliati a studiare musica ascoltando un qualsiasi brano di Who, Cream o Led Zeppelin rispetto ad altri generi proposti oggi ai giovani – che semmai stimolano di più a giocare con app ed elettronica. Niente in contrario e non voglio sminuire nessuno, ma, forse per il fatto di appartenere ad un’altra era, trovo il panorama musicale di oggi molto meno stimolante. Scopo di questo progetto sarebbe invitare giovani potenziali musicisti ad abbandonare smartphone per dedicarsi alla musica. Ricominciando dalla cura di un ascolto mirato, che privilegi in primis la melodia».

La melodia è ciò che ti permette di fischiare un pezzo e dunque ricordartelo. Senza melodia non ci sono canzoni. La melodia era al centro della musica rock, soprattutto inglese. Ho due figlie di 26 e 28 anni che non conoscono nulla di quel mondo, come tanti loro coetanei. Vorrei raccontare ai giovani d’oggi quel periodo storico, in cui quella musica è fiorita. E capire che evoluzioni hanno portato al panorama contemporaneo

Come immagini questa “Casa del Rock”?
«Non una sorta di “museo” – concetto statico – ma una sede presso la quale si studierà attivamente storia ed evoluzione del rock. L’inquadramento del panorama musicale di allora attraverso riviste, foto e documenti originali. E poi presentazioni di libri, dischi, serate a tema o eventi – ad esempio un vecchio leone in tour con la sua band, come Jeff Beck o Ozzy Osbourne, nel suo day off che viene a raccontarsi o una vera e propria clinic. Mi piacerebbe uno spazio dedicato anche al rock italiano, che aveva grandi gruppi. E poi tutto quello che si intreccia al ’68 francese o alla West Coast americana, con approfondimenti tra musica e politica.

Jimi Hendrix dal vivo in Italia, 1968

Con quello che ho a disposizione potrei ricostruire il palco dei Pink Floyd a Pompeii o quello originale di Jimi Hendrix nella data milanese del tour italiano del 1968. Il tutto per far capire ai giovani cosa fosse quell’esperienza

Non un luogo però in cui si insegnerà a suonare, esistono già scuole, accademie e conservatori. Qui si parlerà solo di storia della musica rock e influenze su società e costume, straniero e italiano. Molti personaggi, giornalisti, artisti e band come il Banco del Mutuo Soccorso si sono fatti vivi a sostenere il progetto. C’è chi sa tanto, anche sociologicamente, sul percorso che ha portato dalla musica di 50 anni fa ad oggi e questo sarebbe luogo ideale in cui poter ospitare questa gente».

Mi sono sempre piaciuti i musicisti che avessero qualcosa da dire. E soprattutto che, prima ancora di avere qualcosa da dire, avessero uno studio e una preparazione musicale alle spalle. Per questo amo più il rock del punk

Location papabili o interessate?
«Alla luce del sostegno che abbiamo riscontrato, la location – al cui interno verrà custodita la mia collezione, solo una parte del progetto – dovrà essere importante. Ho ricevuto proposte da tante località interessate ma purtroppo difficilmente raggiungibili, quindi scartate. Potrebbe essere Piacenza, realtà piccola, ma strategicamente vicina a tutto – non a caso capitale italiana della logistica – ma sono molto orientato anche al nord Italia. Milano ad esempio è sicuramente una bella piazza, so cosa può rappresentare».

Io non ero a Woodstock, ma tutti noi possiamo essere a Woodstock. La vera Woodstock è nel tuo cuore e nella tua anima

The Who dal vivo a Wodstock, See me feel me

8 giugno 2020, nasce l’associazione Made in Rock: qual è il suo obbiettivo?
«Come scritto sul sito – www.madeinrock.it – l’associazione nasce proprio con l’unico obbiettivo di tramandare ai giovani la storia e la musica rock. E quindi sostenere la “Casa del Rock”. Esiste già chi si interessa a questa divulgazione nella penisola, ma con la “Casa del Rock” vorremmo realizzare qualcosa che abbracciasse un pubblico più vasto possibile, oltre agli appassionati. Continua a mancare però una sede istituzionale per dare linfa a questo progetto.
Insieme a Ezio Guaitamacchi, apripista, ci siamo dati una tempistica: autunno 2023. Anche perché a 67 anni, non sono più giovanissimo, sto già facendo un certo tipo di sforzo per far conoscere l’iniziativa e vorrei realizzarla in breve tempo. Più gente viene a conoscere questo progetto, più abbiamo possibilità. Non riuscissimo, con l’animo in pace potrò dire “ho fatto tutto quello che ho potuto”».

Mariano Freschi circondato dai memorabilia della sua collezione

Quale senti essere l’attenzione a questo genere in Italia?
«Molti mi hanno detto che se fossi stato in Germania o anche Svizzera avrei realizzato il progetto in due mesi. Sento che in Italia l’attenzione è soprattutto dedicata alla musica colta, classica e lirica. Mi vorrei confrontare però con coloro che ritengono colta solo certa musica di genere, degradando il rock. Il rock è un universo grande e variegato: sono d’accordo che non tutte le sue espressioni o sottogeneri possano essere considerati colti, ma casi come King Crimson, Gentle Giant o Pink Floyd non lo sono? Quanto ai melomani: fino a un secolo fa in Italia l’85% della popolazione era analfabeta. E dunque, nell’800, cosa avranno mai stampato di tanto colto in quei libretti destinati a un pubblico di gente prevalentemente analfabeta? Opere incredibili di musica popolare, ecco cosa! E allora come diviene “colta” la musica?

I Led Zeppelin dal vivo al Madison Square Garden nel 1973

Per non parlare del concetto discriminante di cover. Una tribute band scandinava dei Led Zeppelin, ad esempio, non concepirà mai l’idea di “fare cover dei Led Zeppelin”, ma di suonare i Led Zeppelin. E con seguiti anche di 3000 persone. E voi, concertisti classici, quando suonate in orchestra, non fate forse una cover di Mozart? Cosa c’è contro le cover? Vogliamo parlare di quelle che eseguite voi, scritte almeno 200 anni fa?»

Per prenotare una visita a questa collezione straordinaria e ascoltare le incredibili storie che stanno dietro a ognuno di questi pezzi unici, è sufficiente scrivere una mail a info@madeinrock.it

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