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Archivio Ferraina: musica vintage per gli occhi

Un immenso archivio fotografico storico dedicato all’arte, allo spettacolo, ma soprattutto alla musica: l’imprenditoria visionaria e culturale di Giuseppe Ferraina

Giuseppe Ferraina presso l’Archivio Ferraina ©Rita Cigolini

Napoletano classe 1970 ma milanese d’adozione, Giuseppe Ferraina è fotografo. Già direttore artistico della fiera della fotografia Novegro Photo Day e curatore della mostra fotografica di Nobuyoshi Araki allo Studio Raffaello Giolli di Milano, è teorico di fotografia comportamentale e studioso di filosofia dell’arte e del linguaggio. Presidente dell’associazione Kultura70 è titolare dell’omonimo archivio fotografico storico Ferraina. Proprio qui in via Muzio Scevola 4, circondati dagli scatti dell’attuale mostra dal titolo “Parco Lambro: la Woodstock milanese” (fino al 16 novembre), Ferraina ci ha raccontato la sua storia e le sue “visioni sonore”.

Quale è stata la tua formazione e il tuo percorso prima di aprire questo archivio?
«Mentre a Napoli da giovane frequentavo l’Istituto Tecnico professionale Alfonso Casanova, incuriosito, ho cominciato a seguire anche i corsi accademici del grande fotografo Mimmo Jodice. A Milano nei primi anni ’90 sono stato prima assistente in uno studio fotografico di moda e poi freelance in alcune agenzie, lavorando per stilisti come Gildo Cristian. Un ambiente che però percepivo sempre più effimero. Motivo per cui rincasai a Napoli per qualche tempo prima di ritornare nel capoluogo lombardo a 27 anni. Nel 2005 ripresi contatto anche col mondo della pittura – a Napoli avevo frequentato per un anno anche l’Istituto d’arte – aprendo un piccolo spazio in Vicolo dei Lavandai in qualità di gallerista-mecenate, soprattutto per sostenere la ricerca artistica e i giovani. Grazie a quell’esperimento risvegliai interessi personali che mi riportarono sulla strada della fotografia che avevo abbandonato, stavolta però con un approccio più concettuale».

Non mi interessava più essere solo fotografo, ma utilizzare lo strumento come pretesto di ricerca artistica. Mettendo in discussione il mio strumento per annullare il tradimento alla vita che è nell’opera. È una lotta fisica con esso e le sue potenzialità, nel tentativo di denudarle nella rappresentazione dell’opera”

Dopo l’esperienza della galleria cosa è successo?
«Il mio desiderio era fare fotografia alla Newton o Avedon. Purtroppo però quando la spinta passionale è troppo urgente si perde di vista il percorso imprenditoriale. Per questo, nello stesso periodo, per vivere lavorai anche alla Vallecchi Editore. E tanto più dopo la nascita dei miei figli ho dovuto essere molto concreto: chiusa la galleria ebbi una parentesi professionale buia, costretto per necessità a un mestiere in un ambiente che detestavo. Allora mi sono immerso da autodidatta in studi sulla filosofia dell’arte e del linguaggio, per avere un po’ di sollievo intellettuale tra avanguardie e neoavanguardie, arte concettuale e comportamentale, movimenti e controcultura del ’68. Spesso alla biblioteca del Castello Sforzesco. Una complessità che mi ha portato a indagare tutti gli aspetti sul linguaggio fotografico».

Creare un’opera viva che non morisse nel significato: questo l’obbiettivo di ricerca in quel periodo, in tanti esperimenti”

In questo percorso legato alla fotografia come sei arrivato all’idea di fondare il tuo attuale archivio storico?
«Consolato da soddisfazioni che però non mi continuavano a portare nulla sul piano economico, cercavo un mestiere che fosse un compromesso per consentirmi di vivere pur restando nell’ambito della fotografia. Cominciai allora ad acquistare fotografie ovunque. Soggetti di ricerca fotografica o legati ad un movimento, ad esempio anche Joseph Beuys mentre piantava alberi o scatti di Piero Gilardi o Carmelo Bene. E anche libri su questi argomenti. Avevo anche un sito, ma soprattutto rivendevo il mio materiale nei mercatini e nelle fiere. Un mestiere però ancora utopistico, sempre erroneamente basato solo sulla passione.

Decisi di cominciare a orientarmi verso un materiale fotografico più commerciale ed è allora che mi arrivò quello che chiamo ‘un segno karmico’: al mercatino di Assago incontrai un venditore di stampe vintage di cantanti e personaggi dello spettacolo. Ebbi la fortuna di essere il primo e chiesi diritto di prelazione. Alla fine con poche centinaia di euro ne portai via tantissime. Su quelle stampe iniziai a notare le sigle dei nomi delle agenzie e ad informarmi di conseguenza sulla loro esistenza e sugli autori, per capire se potermi appropriare, anche pagando, di altro materiale. E perché no, anche spingermi a chiederne ai diretti eredi, come nel caso di Mimmo Cattarinich, uno dei migliori fotografi di scena (nella foto a sinistra)».

Strano perché chi possedeva quel materiale non sapeva cosa avesse per le mani. Tanti non avevano idea del valore imprenditoriale. Io non sono un affarista, solo un visionario: le ho solo rimesse in circolo acquistandole”

Come ex uomo-marketing della Vallecchi sapevo vendere e avevo cominciato a mettere da parte qualche soldo. Capite le possibilità il lavoro è stato sempre più in discesa: spesso bastava solo chiedere e il materiale arrivava. Ho ritirato numerosi scatoloni in agenzie ancora esistenti come la Fotogramma. Parliamo di carta, non negativi – che in alcuni casi però ho pure comprato firmando una cessione. Altre agenzie invece erano ormai chiuse, come ad esempio l’Antinea di Franco Cavassi. Questo caso in particolare fu fondamentale».

Perché?
«Cavassi era un fotografo di attualità che negli anni ’80, avendo lui stesso necessità di materiale pregresso, era andato a sua volta a scovarlo. Aveva un tesoro. Quando lo contattai inizialmente gli chiesi solo il permesso di scansionare, stampare, incorniciare e vendere con la sua firma, naturalmente sempre anticipandogli la somma pattuita. L’ho coinvolto anche in mostre all’interno di fiere nelle quali partecipavo. Un giorno però lo solleticai su quel materiale “nascosto”. Mi fece vedere enormi contenitori usati per l’impasto del pane, stracolmi di bustine trasparenti. E anziché scansionare anche quelle gli feci una proposta economica e diventarono miei. Una sensazione indescrivibile: non si parla di oro, ma di qualcosa che vale di più. L’eredità di Cavassi andò a costituire circa metà del mio attuale archivio. In totale conta ad oggi, insieme ad altri fondi o materiali acquistati anche a mutuo esiguo, circa 5 milioni di scatti».

In quella mole, anche caotica, ti sono mai capitati per caso ritrovamenti diciamo inutilizzabili o compromettenti?

«Sì, dato che spesso si trattava anche di cronaca. E mi è anche capitato di dover distruggere foto, che, pur riconoscendone il valore, anche di centinaia di euro, non avrei mai potuto vendere. E neppure volevo che circolassero: esiste un’etica anche in questo mestiere».

Come hai ordinato tutto questo materiale e quando nasce di fatto l’Archivio Ferraina?
«Ho ancora una infinità di scatole da aprire! Di tutto il materiale acquisito inizialmente ho comiciato a fare scansioni, solo in un secondo momento l’ho stampato in Fine Art, organizzato e venduto per alimentare l’attività. Solo nel marzo dello scorso anno ho potuto comprare questo negozio-archivio su strada. In pieno periodo covid, il 15 aprile 2021 ho aperto con la prima mostra dedicata ai personaggi del cinema con il materiale di Cattarinich».

È stato qualcosa di karmico: ogni cosa che desideravo si avverava. Dal venditore di Assago alle stampe vintage dei Led Zeppelin”

Vocazione dell’archivio però sono soprattutto le mostre di foto vintage relative ad artisti o storici eventi musicali. La prima è stata quella sull’unica mitica esibizione milanese dei Led Zeppelin al Vigorelli di Milano, 5 luglio 1971.
«L’unica disastrosa volta che vennero in Italia. Si è trattato di un ritrovamento davvero eccezionale. E pensare che evidentemente non c’era molta attenzione all’epoca. Sulle bustine ritrovate, contenenti i fotogrammi di quella esibizione, c’era addirittura scritto: “Le Zeppelini”. Ma appena ho visto la chioma di Plant mi sono illuminato. Come sapete tutto durò solo 20 minuti durante i quali questo fotografo, purtroppo non accreditato, è stato veramente abile. E lo dico da fotografo: ben 24 scatti, tutti in mostra! Un vero miracolo, o capacità, se consideriamo la qualità delle luci a disposizione sul palco.

Locandina della mostra fotografica
“Led Zeppelin, Vigorelli 1971”

Molte persone si sono commosse quando le hanno viste. Sai quanti, a 70 anni suonati, hanno pianto comprando le mie stampe mentre mi dicevano “io avevo 16 anni, ero proprio lì”? C’è molta richiesta sugli Zeppelin: persino un ragazzo di 27 anni che non è potuto venire alla mostra mi ha mandato un messaggio vocale, piangendo. Non so, è come se questo materiale in qualche modo avesse voluto uscire. Mi piace pensare così e questo mi appaga».

Quale senti essere il valore più grande di questo archivio?
«Non si tratta di fotografia intesa come arte fotografica, ma come prodotto popolare, che interessa tutti in quanto tracciato umano. Faccio un esempio: se hai conosciuto tua moglie in un locale e il primo ballo lo avete fatto sulle note di My way di Frank Sinatra, per un implicito di coppia Sinatra sarà sempre quello che identifica quel momento della vostra storia. Pertanto trovare da me una foto di Sinatra significa ritrovare un pezzo della tua vita. Non è come avere un Magritte che al massimo potrebbe ricollegarti solo alla storia dell’arte o a qualcosa che hai studiato. Ringrazio quello che mi è successo perché ho imparato il significato della parola imprenditore. L’imprenditore è colui che mette a disposizione qualcosa per una visione di collettività, appagandosi del miglioramento delle condizioni di vita degli altri. Chi si è arricchito senza portare nulla alla collettività non è imprenditore, è fallito».

Mostre: dai Led Zeppelin fino a Parco Lambro, l’attuale. 
«La mostra attuale riguarda un evento a Parco Lambro. Sono foto fantastiche. Già conoscevo quelle di Dino Fracchia che immortalò l’evento a Parco Lambro nel 1976, con ragazzi che ballavano nudi. La Woodstock milanese. Quelle della mia mostra sono diverse, in un certo senso però più interessanti perché risalgono al 1974, decisamente più rare. Non si tratta di gente desnuda ma hanno un loro fascino perché rappresentano un’idea di quello che si vedeva più che di chi si esibiva. Come nel caso dei Led Zeppelin e quella precedente dei Deep Purple (Bologna 1971) sta andando molto bene.

Belle saranno e sono state anche quelle dedicate ai nostri cantautori: il primo concerto in assoluto di Fabrizio De André alla Bussola di Viareggio nel 1975, una esibizione di Lucio Battisti nel 1970 e poi ancora Lucio Dalla o Mia Martini. Sono molto legato a quest’ultima, tanto che presto ne farò un’altra con nuovi scatti ritrovati. Ne ho alcuni in cui lei è vestita da Charlot, un servizio forse del 1973 o 74, di cui finora anche gli esperti non mi sanno dire qualcosa. Sarà un modo per riscoprirla».

Non sono un esperto musicale, non è il mio settore. Riconosco però nella musica un’arte superiore che sa mettere in relazione con qualcosa di profondo. Mi ci sono trovato a contatto e sto colmando lacune. Anche questo è il bello del mio mestiere: ogni esposizione è una riscoperta”

Nessun biglietto d’ingresso, si paga solo la vendita delle stampe.
«L’atelier è stato concepito per creare un piccolo spazio espositivo e fornire stampe come una volta, in modo da lasciare alle persone qualcosa di autentico, soprattutto in termini di recupero culturale. Ovviamente però si deve anche sopravvivere. Il periodo precedente l’apertura dell’archivio l’ho speso nella preparazione di un piano marketing. Le mie stampe in analogico raggiungono il prezzo di una trentina di euro: davvero non è nulla considerato che impiego per ciascuna un lavoro artigianale della media di mezz’ora. Il tutto su carta baritata, ondulata tipo cartoncino, o carta politenata, come quelle adesso in esposizione. Non faccio pagare il tempo in sé, anche perché lavoro da solo. Questo come servizio ai clienti, considerando però che se dovessi realizzare delle prove da portare in un mercatino potrei farne anche in 10 minuti».

A proposito di mercatini la prossima domenica 6 novembre si inaugurerà in Cascina Cuccagna il Milano Sunday Photo, il primo dedicato alla fotografia.
«Da tempo frequento fiere e mercatini del vintage, antiquariato o vinile per vendere il mio materiale. Il mercatino della fotografia invece non esiste, è qualcosa di nuovo e questa domenica a Cascina Cuccagna lo inaugureremo. É l’arte che racchiude più specifiche competenze, eppure non è mai esistito un vero strumento di diffusione come questo. Non qualcosa imposto dall’alto, di facciata, come una mostra. E nemmeno un evento isolato, ad esempio con cadenza annuale. Gestito dall’associazione Kultura 70 di cui sono presidente – e dalla seconda edizione, a gennaio 2023, direttamente dall’Archivio Ferraina – il Milano Sunday Photo ha lo scopo di diventare strumento proattivo, proprio nella sua cadenza mensile. Coloro che aderiranno esporranno quello che desiderano, pagando un bancone ad un prezzo accessibile.

Nel Milano Sunday Photo anche un contest: la prima edizione, ispirata a Jack Kerouac, si intitola “Sulla strada”. Sceglierò l’immagine di ognuno e in primavera farò esporre qui in collettiva gratuitamente. C’è anche un contest fotografico, l’Instagram Photo Contest, per fotografi, autori, artisti, sperimentatori e iphoneographers”

Ho chiesto infine ai partecipanti di realizzare un po’ di mini-opere da dare in omaggio agli avventori come simbolico, ipotetico, primo acquisto. Un modo per crea un legame più forte che non con un biglietto da visita. Sono indicazioni concrete per tutti coloro che non avrebbero modo di crearsi una iniziale clientela e questo progetto mi dà tanta gioia quanto la divulgazione del mio materiale di archivio. Questo per me vuol dire creare impresa».

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